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Raggiungere la meta e non sentirsi appagati: il popolo degli Insoddisfatti

images1L’insoddisfazione è un’emozione che si esprime attraverso una sensazione di malessere, malcontento generale che deriva dalla convinzione di essere distanti da un ideale prefissato. Più questa distanza è ampia, più intensa sarà l’emozione conseguente. Un esame più attento ci permette di scovare all’interno della generale insoddisfazione, una moltitudine di stati emotivi tra i quali sicuramente primeggia la delusione, un senso di insofferenza, irrequietezza, frustrazione e rabbia che spostano l’attenzione verso scenari non conquistati e non consentono di vivere il qui e ora. Questo vissuto emotivo si manifesta in vari ambiti tra i quali quello lavorativo e professionale (non avere il ruolo ambito), relazionale (non sentirsi amati abbastanza), esperienze e prospettive future di vita (non avere una vita stimolante e interessante). Ma qual è l’ingrediente segreto, cosa rende possibile il permanere dell’insoddisfazione e cosa può cronicizzarla fino a creare problematiche invalidanti come stati ansiosi e depressivi? A farla da padrone è l’utilizzo del paragone. Gli insoddisfatti utilizzano i paragoni in continuazione, quasi senza esserne consapevoli, una vera e propria forma mentis che adoperano per dare significato alla propria esperienza e che finisce per determinare i loro stati emotivi molto più di quanto credano. La gratificazione che provano al raggiungimento del loro obiettivo diviene molto più che passeggera, la sua permanenza è breve e l’autostima non può beneficiarne in modo funzionale. L’attenzione non viene incentrata sul successo raggiunto, che perde quasi di significato, ma sulla prossima tappa che bisogna conquistare, le energie non vengono ricaricate attraverso il meritato riposo ma impiegate nell’organizzazione del nuovo piano di azione.

Non ci si deve fermare mai.

L’insoddisfazione non dà tregua, si avverte il bisogno di mettere fine al disagio ma la strategia utilizzata per porvi rimedio è proprio quella che alimenta il problema e lo rende cronico.

L’insoddisfazione può avere conseguenze molto gravi, sono numerosissimi infatti i casi di sindromi ansiose e di depressione causati proprio da questa tendenza a leggere le situazioni e gli eventi attraverso “non è mai come dovrebbe essere”. Un tratto di personalità molto diffuso negli Insoddisfatti cronici è il perfezionismo, la convinzione cioè di poter arrivare non solo a traguardi sempre più ambiti, ma di farlo nel modo perfetto, quasi maniacale, impiegando le proprie risorse sulla prevenzione di qualunque tipo di imperfezione (che viene vista come danno) o deviazione dai propri ideali e standard e mostrando caratteristiche di estrema inflessibilità e pretese eccessive nei confronti degli altri che vengono giudicati inevitabilmente superficiali.

L’insoddisfazione è strettamente connessa con una delle 12 idee irrazionali descritte da Ellis in Reason and Emotion Psychotherapy (1962): “bisogna essere totalmente esperti, adatti ed efficienti in ogni situazione”. Gli Insoddisfatti quindi utilizzerebbero il paragone per capire quanto sono distanti dal proprio ideale di comportamento, prestazione, efficienza, obiettivo.

È purtroppo però un impianto teorico che vacilla, la prova di ciò sta nel fatto che non raggiungono mai la gratificazione, l’obiettivo reale dei loro affanni.

Disturbi d’ansia: quali meccanismi li supportano?

ansia-260x160L’ansia è l’emozione che proviamo quando percepiamo una minaccia ad un nostro scopo. È un’emozione molto attivante, la sua funzione è quella di preparare il nostro corpo a reagire prontamente ad una minaccia o ad un pericolo, ci prepara quindi ad una possibile azione immediata. Così come un calciatore ha bisogno di riscaldare i muscoli prima di entrare in campo e iniziare a correre durante la partita, l’ansia attiva il nostro “riscaldamento” per poter affrontare la sfida contro chi mette a rischio la nostra vittoria. E’ importante quindi concepirla come un’emozione utile, funzionale e adattiva.

Ma cosa la trasforma in un nemico? Cosa accade quando interferisce in modo significativo con la qualità della nostra vita?

Perché questo accada e l’ansia dia vita ad un vero e proprio disturbo psicologico è necessario percepire lo scopo messo in pericolo come irrinunciabile, la propria capacità di fronteggiare la minaccia come scarsa o inadeguata e quindi una previsione di scarsa rimediabilità dell’evento temuto. Salkovskis (1996) ha riunito questi concetti in un’equazione:

Ansia = (gravità del pericolo x probabilità del pericolo) / (­­­­­­­­­­­­­­­­­capacità personale di rimediare x capacità personale di sopravvivere)

Un disturbo d’ansia deve la sua gravità e il suo mantenimento ad uno o più dei termini presenti all’interno di questa equazione che si irrigidiscono e diventano inflessibili. Nello specifico, le convinzioni alla base di un disturbo d’ansia sono:

  • Se si avverasse ciò che temo sarebbe devastante…
  • È molto probabile che ciò che temo si accada, quasi sicuro…
  • Quando accadrà non sarò in grado di affrontarlo…
  • Sarà terribile e impossibile continuare a vivere dopo che sarà accaduto…

Questo genera un altro indispensabile ingrediente che contribuisce non solo al mantenimento del disturbo ma anche alla crescita della sua intensità: il bisogno di controllo. Controllare gli eventi e tutte le possibili variabili appare come la soluzione a tutti i mali, come l’unico modo per scongiurare l’evento temuto. Questa convinzione ha però l’effetto di logorare le risorse dell’individuo che si convince di poter evitare le minacce utilizzando un controllo maggiore su tutto ciò che può interferire col raggiungimento del suo scopo. Il controllo però è possibile solo in parte, se esse stesso diventa uno scopo da perseguire per poter evitare possibili minacce o fallimenti la spesa emotiva diviene elevatissima, ed è proprio questo che ci segnala un disturbo d’ansia. Il nostro corpo si attiva in continuazione, la nostra mente è focalizzata su aspetti e conseguenze negative, il qui e ora diventa meno variopinto, la realtà viene scannerizzata in base ai suoi contenuti minacciosi, il bicchiere è inevitabilmente mezzo vuoto. Il rischio della prolungata permanenza di un disturbo d’ansia è quello di preparare un terreno fertile ad un’altra un’emozione spesso collegata, la depressione. Ecco che il futuro si spoglia di ogni prospettiva piacevole, se ci sentiamo condannati a dover schierare ogni giorno le nostre truppe vuol dire che stiamo considerando solo l’esistenza del nemico.

Ecco allora l’importanza di conoscere il nostro avversario, dargli un volto e costruire piani B. Questo non vuol dire arrendersi a lui, rinunciare alle proprie mete, ma fare strada con una visione meno catastrofica della sconfitta, degli ostacoli e della vita. Ridimensionare la minaccia e non sopravvalutare i segnali di pericolo sono fattori che aumentano la nostra percezione di autoefficacia. D’altronde, chi affronterebbe un nemico pericolosissimo pensando di non poter in nessun modo avere la meglio?

 

Bibliografia:

  • Psicoterapia Cognitiva dell’Ansia. A cura di Sassaroli S., Lorenzini R., Ruggiero G.M., Raffaello Cortina Editore, 2006
  • La cura delle emozioni in Terapia Cognitiva. A cura di M. Apparigliato, S. Lissandrom, Collana “Cognitivismo Clinico”, Alpes Italia, 2010.

Gelosia: tra prove d’amore e di debolezza

gelosia_patologiaNon è semplice dare una definizione della gelosia, è un’emozione che spesso viene riferita principalmente all’ambito delle relazioni sentimentali e di coppia. Ma questo non è l’unico terreno in cui si manifesta, la gelosia è nota tra fratelli, nei confronti di un amico o di un oggetto molto caro.

Aldilà degli ambiti in cui prende forma, la gelosia sembra essere un’emozione legata ad una perdita temuta o immaginaria di una relazione privilegiata con qualcuno o qualcosa, esprimerebbe il timore di non poter essere più la persona che detiene il privilegio di poter godere dell’esclusività di qualcuno e delle sue attenzioni.

Ma se tutte le emozioni hanno una specifica funzione e servono ad informarci sul raggiungimento o meno dei nostri scopi, a che serve la gelosia? Quale scopo la muove?

Da un punto di vista filogenetico, la gelosia sembra avere radici antichissime, il suo sviluppo si articolerebbe con la funzione di preservare un rapporto o una relazione con il partner nell’eventualità si configuri la possibilità che questi venga attratto e sottratto da un rivale. La gelosia, nelle sue componenti aggressive, avrebbe la specifica funzione di scoraggiare l’abbandono del compagno/a e intimorire il rivale. Questo garantirebbe di poter avere accanto il partner e assicurare un legame stabile ed utile alla conservazione della specie e alla sua sopravvivenza.

La gelosia può manifestarsi con diversi livelli di intensità. Quando non è eccessiva, ha la funzione di comunicare al partner quanto sia importante e amato ed è quindi funzionale alla consapevolezza del suo valore all’interno della relazione che porta alla gratificazione personale.

La gelosia può raggiungere però livelli di intensità molto pericolosi e portare a conseguenze disastrose e irreparabili. Questo accade quando il timore dell’abbandono del partner si configura come una possibilità molto vicina e presuppone l’idea che sia intollerabile vivere senza di lui. La perdita del partner inoltre, potrebbe rappresentare l’idea di non essere stato in grado di garantire la sua vicinanza e causare un tracollo dell’autostima e della percezione della propria autoefficacia. Questo attiverebbe lo sforzo di mobilitare numerose risorse nel tentativo di evitare di percepirsi deboli e/o perdenti e le conseguenze emotive che ne deriverebbero (tristezza, dolore, rabbia e senso di fallimento). Inevitabilmente si assiste però all’insorgenza di emozioni di ansia e angoscia, ovvero le emozioni che proviamo quando temiamo di non raggiungere uno scopo.

La gelosia, quando diventa patologica, interferisce in modo significativo nella vita dei due partner, crea una serie di stati mentali negativi da cui è difficile sottrarsi a causa della ridondanza del timore di perdita.

In questi casi, ricorrere all’aiuto di un professionista può essere molto utile. È opportuno infatti un lavoro sui meccanismi che stanno alla base del profondo timore di abbandono e sull’acquisizione di un maggior senso di sicurezza nelle relazioni interpersonali che, laddove precario, rischia di configurare esattamente lo scenario tanto temuto.

Bibliografia:

  • La cura delle emozioni in Terapia Cognitiva. A cura di M. Apparigliato, S. Lissandrom, Collana “Cognitivismo Clinico”, Alpes Italia, 2010.
  • Terapia della gelosia e dell’invidia, Edoardo Giusti, Monia Frandina, Sovera Edizioni, 2007

La ricerca dell’approvazione degli altri: quando si teme la valutazione negativa

valuazioneIl bisogno dell’approvazione altrui nasce da alcune convinzioni su noi stessi che ci spingono ad anteporre alle nostre valutazioni quelle di altre persone a cui ci affidiamo al fine di non commettere errori e rischiare un giudizio negativo.

Ricercare il consenso degli altri, i complimenti e gli elogi non è in sé dannoso in senso assoluto, sapere di essere valutati in modo positivo accresce infatti la nostra autostima e il nostro senso di autoefficacia. Questa ricerca diventa però svantaggiosa e controproducente nel momento in cui si passa dal desiderio o dalla preferenza di una valutazione positiva all’assoluto bisogno o necessità che questa arrivi.

Generalmente, la necessità dell’approvazione altrui nasce da alcune convinzioni irrazionali, alcune di queste sono:

  • Devo essere sempre all’altezza in tutto ciò che faccio;
  • Se qualcuno mi giudica negativamente vuol dire che non valgo;
  • Devo chiedere sempre agli altri per essere sicuro di fare bene;
  • Non sono in grado di fare delle scelte, meglio chiedere a qualcuno di aiutarmi.

Molto spesso siamo vittime di un errore di valutazione secondo cui definiamo il valore di una persona in base ai suoi comportamenti. In realtà non è possibile definire in modo così semplicistico un essere umano, siamo troppo complessi e non essendo perfetti, riusciamo a fare molto bene alcune cose e meno bene altre. Definirci in base ai nostri successi o fallimenti non conviene, possiamo pensare di compiere azioni corrette ma come ci definiamo quando commettiamo un errore? E come definiamo un amico che ci fa un torto dopo anni di amicizia?

Il timore della valutazione negativa degli altri è inoltre mosso da un ulteriore errore di valutazione: concepire l’opinione altrui come una lettura del proprio valore personale. Il giudizio degli altri, positivo o negativo che sia, non ci definisce, ci informa solo di un’opinione o gusto altrui e ognuno di noi ha un complesso sistema di valutazioni e opinioni personali, come pretendere che coincidano tutte? Questo vuol dire che non è possibile essere valutati positivamente da tutti e che è molto più facile accettare un giudizio negativo che affannarsi a prevenirlo a tutti i costi.

Infine, affidarsi perennemente agli altri ci priva di un aspetto importantissimo della nostra vita: la libertà di scelta. Se non ci si focalizza sui propri desideri e bisogni e si prendono in considerazione solo le idee degli altri si rischia di crescere con un vago senso di identità e quindi con una scarsa consapevolezza delle proprie aspirazioni.

Si rischia di essere specialisti nella conoscenza dettagliata di ciò che vuole e pensa l’altro sapendo davvero poco di sé stessi.

L’errore come occasione di miglioramento

errare-300x214Siamo da sempre abituati a pensare all’errore come ad un evento negativo e questo ha portato inevitabilmente alla condanna di tutto ciò che comunemente rientra nell’ambito dell’insuccesso.

Un noto proverbio recita: “Sbagliando si impara” e in effetti l’insuccesso assume proprio questo valore, è un momento di apprendimento.

Il bambino impara a camminare proprio cadendo più volte, è così che migliora la sua capacità di stare in equilibrio, è così che impara a conoscere i movimenti che sono da evitare per non cadere nuovamente. L’errore assume quindi una notevole importanza in quanto:

  • È un momento di apprendimento;
  • Arricchisce la nostra esperienza;
  • Aumenta la nostra capacità predittiva;
  • Aggiorna la nostra conoscenza.

Ma cosa trasforma l’errore da momento costruttivo a evento negativo? Ciò che fa la differenza è la valutazione che ne facciamo e la tendenza a metterlo in relazione con l’autostima e l’efficacia personale. Se infatti poniamo che ci sia l’equivalenza tra le persone e le loro azioni, indubbiamente corriamo il rischio di percepirci negativamente nel momento in cui un nostro comportamento non raggiunge l’obiettivo per cui è stato messo in atto e questo può portare a provare emozioni come rabbia, colpa o vergogna. Un’altra variabile importante è costituita dalla credenza che la strada per il successo sia percorribile senza intoppi o imprevisti e che qualora dovessimo incontrarli vuol dire che non siamo stati bravi a fare delle previsioni accurate. Ma la vita è incertezza, una parte della realtà può essere prevedibile ma non possiamo controllarne tutti gli aspetti. Sbagliare inoltre è un diritto: essendo esseri umani e quindi imperfetti, abbiamo la possibilità di fare molto bene alcune cose e meno bene altre perché abbiamo dei limiti e siamo molto diversi l’uno dall’altro.

È più utile quindi non condannarci quando sbagliamo ma scegliere di concepire l’errore come un’occasione di miglioramento. Gli altri in fondo, contrariamente a quello che possiamo pensare, apprezzano maggiormente chi ammette i propri sbagli con serenità piuttosto che coloro che si auto colpevolizzano in continuazione o che, addirittura, ritengono di fare sempre le cose nel modo perfetto.

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo: la malattia degli scrupoli

docIl Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) appartiene alla grande categoria dei disturbi d’ansia, ha una prevalenza riscontrabile tra l’1% e il 3% della popolazione generale e necessita di interventi specifici che mirano a restituire alla persona che ne soffre la sensazione di poter continuare a vivere libera da quella che si caratterizza come una vera e propria schiavitù.

Questo disturbo si caratterizza per la presenza di ossessioni (pensieri, idee, immagini mentali, fantasie) e compulsioni, cioè comportamenti che la persona si sente in dovere di mettere in atto per gestire l’emotività innescata dal contenuto delle ossessioni. Le compulsioni finiscono per diventare dei veri e propri rituali, annientando il senso di libertà e invalidando molti ambiti di vita dell’individuo che finisce per sviluppare nella maggior parte dei casi un disturbo depressivo secondario.

Il DOC si manifesta attraverso alcune tipologie, alcune tra le più diffuse sono:

  • DOC da Controllo: eccessivi e ripetuti controlli che hanno una funzione rassicuratrice rispetto al dubbio di aver fatto (o poter fare) qualcosa di terribile;
  • DOC da Contaminazione: numerosi rituali atti a prevenire o scongiurare un contagio con qualche sostanza ritenuta infetta o potenzialmente dannosa. Le compulsioni sono caratterizzate da estenuanti rituali di lavaggio e sterilizzazione e possono portare la persona all’isolamento dal contesto sociale perché ritenuto pericoloso;
  • DOC di Ordine e simmetria: le persone che ne soffrono non tollerano nel modo più assoluto che gli oggetti (casa, ufficio) siano disposti in modo disordinato o asimmetrico. Molto tempo viene impiegato nella sistemazione degli oggetti (piegare, disporre secondo il colore, allineare), è un’attività che occupa un gran dispendio di energie e di tempo. È legata a tratti perfezionistici di personalità, le persone che ne soffrono hanno una grave difficoltà di “tolleranza” delle emozioni negative.
  • DOC da Superstizione: è caratterizzato da un pensiero eccessivamente superstizioso a cui seguono rituali che hanno l’obiettivo di scongiurare l’evento temuto. Esempi di questa tipologia di DOC sono: temere di pensare a un evento negativo e subito dopo dire una serie di parole sempre secondo uno stesso ordine sequenziale, vedere una cosa o persona che si pensi porti sfortuna e neutralizzarne l’effetto attraverso un conteggio o una preghiera, ecc.
  • DOC da Accumulo: le persone che ne soffrono accumulano una grande quantità di oggetti di cui non si sentono in grado di disfarsene. Questa difficoltà a separarsi dagli oggetti non riguarda solo quelli che hanno un valore sentimentale ma anche oggetti privi di significato. È un disturbo molto invalidante e molto spesso sono i familiari a chiedere aiuto a causa delle difficili condizioni di vita a cui sono costretti (mancanza di spazio in casa, precarie condizioni igieniche ecc.).

A molti sarà capitato di chiedersi “avrò chiuso la macchina?“, “avrò spento il gas?”, a molti altri invece sarà capitato di compiere un gesto scaramantico quando vede un gatto nero. Questo non basta certo a poter diagnosticare la presenza di un DOC.

Il DOC è una vera e propria trappola psicologica che limita drasticamente la libertà di chi ne soffre e di chi gli vive accanto. È l’incapacità di tollerare il dubbio e trasformare una probabilità in una certezza, è dare ai pensieri un’importanza eccessiva ed assoluta.

È molto importante rivolgersi ad un professionista e chiedere aiuto. Molto spesso le persone che soffrono di questo disturbo si sentono condannate ad una vita completamente scandita da rituali infiniti in cui progetti o scopi originari vengono sacrificati o drasticamente riformulati a favore di una schiavitù protratta nel tempo a cui si pensa di doversi rassegnare.

Sebbene fino agli anni ’70 le speranze di poter curare il DOC erano ridotte, sono stati compiuti notevoli progressi nella cura di questo disturbo ed oggi il DOC può essere curato con risultati efficaci e duraturi nel tempo.

Il trattamento di elezione è la Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale che si è dimostrata particolarmente efficace alzando notevolmente la percentuale di guarigione che oggi seconda la letteratura arriva quasi all’80%.

“Questione di principio”: quando la rigidità ci danneggia

sensounicoA quanti sarà capitato nella vita di dire o sentire: “Non mi importa, è una questione di principio”?

Spesso ci aggrappiamo a convinzioni che abbiamo appreso o che ci sono state trasmesse come se fosse l’unica alternativa che abbiamo, come se non ci fossero altri modi di affrontare il problema. Questo accade quando tendiamo a concepire la realtà unicamente così come appare ai nostri occhi, quando siamo convinti che il nostro modo di concepire un problema o una situazione sia l’unico giusto o adeguato e quindi l’unico da adottare e non prendiamo in considerazione altri punti di vista.

Nella vita, i principi morali sono molto importanti, li impariamo sin da piccoli e ci vengono trasmessi dalla cultura e dalla nostra famiglia. Hanno un enorme valore adattivo, guidano il nostro comportamento e facilitano le nostre relazioni.

Può accadere tuttavia che la coerenza verso il rispetto assoluto di un principio possa danneggiarci, ma non sempre ce ne rendiamo conto. Attenersi a un’idea, una convinzione o ad un progetto originario con assoluta fermezza non vuol dire essere “coerenti con sé stessi” bensì “rigidi”. Essere coerenti con sé stessi implica la consapevolezza di ciò che pensiamo, proviamo e delle conseguenze del nostro modo di comportarci. Essere rigidi invece ci fa guardare il mondo secondo una sola tonalità, non ci permette deviazioni dal percorso prefissato, la nostra esplorazione è condizionata e limitata. Il pensiero rigido è un tipo di pensiero povero, fondato su dogmi o verità immodificabili e di conseguenza poco produttivo, poco creativo.

È molto importante invece cercare di essere flessibili. La flessibilità ci permette di essere indulgenti, non solo verso gli altri ma anche verso noi stessi. Se adottiamo uno stile di pensiero caratterizzato da inflessibilità tenderemo a non perdonare gli altri ma neanche noi stessi e a giudicare ogni deviazione dai nostri schemi come pericolosa o fallimentare. Il nostro modo di stare in relazione risentirà spesso dell’insoddisfazione o frustrazione dell’altro per la nostra mancanza di elasticità.

Abbandonare un principio o una convinzione non vuol dire rinunciare a una parte della propria identità o essere dei traditori verso i propri valori, vuol dire al contrario arricchirsi, aggiornare la propria conoscenza e migliorarsi. Cambiare idea non è pericoloso, è al contrario molto importante ma di solito è ostacolato da emozioni di orgoglio, vergogna o colpa che spesso condizionano le nostre scelte e la nostra libertà decisionale.

Cerchiamo quindi di affrontare gli eventi di vita per come sono e non per come dovrebbero essere secondo noi. Non consideriamo il nostro modo di vedere il mondo come l’unico, chiediamo all’altro quale sia il suo, ricordiamoci che le relazioni sono enciclopedie di conoscenza.

Darwin ci ha lasciato un grande insegnamento: “Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti”.

La rigidità impedisce il cambiamento. Se non c’è cambiamento risulta difficile non solo l’adattamento ma anche la possibilità di migliorarsi.

L’importanza dello stile assertivo

assertivitaL’assertività è la capacità di interagire con gli altri, in qualsiasi contesto relazionale, in modo efficace, adeguato, affermando i propri punti di vista o bisogni nel rispetto di quelli altrui. È un atteggiamento quindi molto lontano dalla passività e dall’aggressività che si collocano ai poli opposti dello stile di comunicazione e che risultano non efficaci e molto spesso dannosi.

Le persone con uno stile passivo hanno difficoltà ad esprimere i propri bisogni, desideri o punti di vista perché convinti che valgano meno o no siano importanti tanto quanto quelli degli altri. Le loro opinioni sono molto spesso influenzate e se divergono da quelle altrui vengono taciute o nascoste. Hanno un enorme difficoltà nel dire “no”.

Le persone con uno stile passivo hanno al contrario la tendenza a prevaricare gli altri concentrandosi unicamente sui propri bisogni e desideri, i loro scopi vengono spesso raggiunti con qualunque mezzo, uno di quelli più frequentemente utilizzati è la minaccia.

Le persone con uno stile assertivo invece, non hanno bisogno dell’aggressività per raggiungere i propri scopi ma utilizzano un tipo di comunicazione che facilita le loro relazioni nel pieno rispetto di sé stessi e degli altri. Le caratteristiche delle persone assertive sono:

  • fiducia nelle proprie capacità;
  • riconoscimento dei propri limiti e dei propri punti di forza;
  • rispetto e accettazione del punto di vista altrui;
  • capacità di chiedere scusa;
  • capacità di ascoltare l’altro non formulando giudizi;
  • capacità di cambiare opinione (compiere valutazioni più accurate e non soffermarsi sulla prima impressione);
  • capacità di dire “no” senza provare emozioni di colpa.

Lo stile assertivo quindi permette una comunicazione più efficace e funzionale, migliora le relazioni e apporta loro numerosi benefici.

Workaholism: la dipendenza da lavoro

lavoro-drogaIl termine “Workaholism” indica una patologia che si colloca tra le cosiddette “nuove dipendenze” e si riferisce all’incapacità di smettere di lavorare, utilizzando gli impegni e le attività allo stesso modo di una “sostanza”, accusando quindi veri e propri sintomi (irritabilità, depressione, ansia) nei momenti in cui non ci si sente impegnati nell’attività lavorativa. Il lavoro diventa una vera e propria ossessione che ha pesanti effetti sulla persona, primo fra tutti un isolamento progressivo dagli altri e un’indifferenza preoccupante verso tutti gli altri ambiti di vita non correlati al lavoro.

Questa sindrome però non viene sempre riconosciuta, anche perché viene spesso rinforzata dalla nostra società che apprezza e incentiva il super lavoratore, loda la sua efficienza e premia la sua iper-disponibilità contribuendo a consolidare in lui la percezione della sua assoluta indispensabilità, oltre ad accrescere la sua autostima e spingerlo verso l’assoluto perfezionismo.

Come si riconosce un lavoratore Workaholic? Alcuni dei sintomi sono i seguenti:

  • Eccessivo tempo dedicato al lavoro (almeno 12 ore al giorno);
  • Sintomi di astinenza quando non si può lavorare (ansia, attacchi di panico, disturbi dell’umore);
  • Preoccupazioni frequenti e ricorrenti su questioni lavorative;
  • Incapacità ad assentarsi dal lavoro anche per malattia;
  • Impoverimento della sfera relazionale e affettiva.

Di solito il dipendente da lavoro nega nel modo più assoluto di avere un problema. Questo è l’aspetto più allarmante: i familiari e colleghi che si mostrano preoccupati vengono derisi e allontanati, le relazioni sociali e affettive subiscono così gravi effetti (uno di questi ad esempio è il divorzio o la separazione).

Le cause del Workaholism possono essere svariate, di solito però una caratteristica comune è l’esser cresciuti in un ambiente che lega l’amore genitoriale all’eccellenza delle prestazioni, il bambino impara quindi che per essere accettato deve dare il massimo. La dipendenza da lavoro non è quindi una scelta consapevole ma una vera e propria necessità.

L’attaccamento al lavoro, quando è sano, è fonte di gratificazione personale, stimola la nostra crescita e ci spinge all’autorealizzazione. Se però facciamo dipendere il nostro valore personale unicamente ed esclusivamente da uno solo dei possibili ambiti della vita rischiamo di vivere in una costante tensione per paura di fallire (è come se puntassimo tutto il nostro patrimonio su un unico numero della roulette).

Il dipendente da lavoro deve abbracciare in sostanza un nuovo modo di percepire il suo valore personale, abolire la convinzione di valere in base a quanto produce, spostarsi verso una filosofia di vita che lo renda consapevole di dover lavorare per vivere e non il contrario.

Perché siamo scaramantici?

Il pensiero magico o scaramantico è una delle forme di pensiero più semplici e primitive: la mente stabilisce un’associazione tra diversi fattori, in particolare ricerca tra loro un nesso di causalità.

Esempi di pensiero magico sono:

  • Gatto nero che attraversa la strada porta sfortuna;
  • Mettere lo stesso vestito tutte le volte che ho un colloquio di lavoro/esame/visita medica porta fortuna;
  • Lo sposo non deve vedere la sposa prima della cerimonia altrimenti non si sposeranno/avranno sfortuna.

scaramanziaIl razionale alla base del pensiero scaramantico è la credenza di poter esercitare un controllo seppur minimo sulla realtà, questo tende ad abbassare la sensazione di incertezza degli eventi e del loro effetto mantenendo l’illusione di poterli in qualche modo determinare o scongiurare.

Il pensiero magico tende ad auto mantenersi nel tempo. Se infatti l’evento temuto non si verifica, tendiamo a pensare che la causa di tutto ciò dipenda proprio dal nostro comportamento, se al contrario però il nostro rituale non ha avuto l’effetto sperato non tendiamo a dubitare della sua validità ma cerchiamo tutte le possibili spiegazioni o cause che ne hanno impedito il funzionamento.

Il pensiero magico è quindi un errore logico di ragionamento generato da uno dei timori più ancestrali dell’uomo: l’imprevedibilità della vita che porta al bisogno di controllo. È una forma di pensiero primitivo e immaturo, paragonabile a quello dei bambini che attribuiscono un’anima agli oggetti (animismo) o che pensano di avere effetti sulla realtà compiendo un’azione (partecipazione magica). Queste forme di pensiero vengono poi abbandonate con lo sviluppo del pensiero razionale che analizza gli eventi e le possibili cause contemplando varie alternative e stabilendo una corretta attribuzione di causalità.

Tutti hanno forme di pensiero magico, la cultura, la religione, la famiglia trasmettono vari tipi di pensieri scaramantici che si protraggono nel tempo. Non possiamo definirla una forma di pensiero dannosa per l’uomo, a patto che non diventi però l’unica o la prevalente, come accade ad esempio nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo, dove la persona percepisce l’obbligo di mettere in atto determinati comportamenti per scongiurare ciò che più teme con l’effetto di avere gravi e pesanti limitazioni nella vita quotidiana.

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